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"Alcol e lavoro: normativa nazionale e problemi interpretativi"
fonte www.puntosicuro.it / Normativa
09/05/2012 - Più volte PuntoSicuro si è occupata dei
punti interpretativi più controversi relativi alla
normativa su alcol e tossicodipendenze,
ad esempio con riferimento all’atteggiamento che datori di lavoro e medici
competenti devono avere riguardo all’accertamento dell’ alcoldipendenza
e della tossicodipendenza nei luoghi di lavoro.
Un
intervento al convegno “ Il
progetto alcol e lavoro della Regione Emilia-Romagna tra promozione di sani
stili di vita e applicazione della normativa” (Bologna, 24 novembre 2011) torna
su questi punti offrendo alcune utili riflessioni.
Si
tratta dell’intervento dal titolo “
Analisi
normativa nazionale su alcol e lavoro e confronto con le direttive europee”
a cura di Alberto Andreani (già Giudice Tribunale di Pesaro, docente a
contratto Facoltà di Giurisprudenza, Università degli Studi di Urbino), un
intervento che parte dalla presentazione dell’
art. 41 (Sorveglianza sanitaria) del Decreto legislativo 81/2008.
Articolo
41 - Sorveglianza sanitaria
(…)
4.
Le visite mediche di cui al comma 2, a cura e spese del datore di lavoro,
comprendono gli esami clinici e biologici e indagini diagnostiche mirati al
rischio ritenuti necessari dal medico competente. Nei casi ed alle condizioni
previste dall’ordinamento, le visite di cui al comma 2, lettere a), b), d),
e-bis) e e-ter) sono altresì finalizzate alla verifica di assenza di
condizioni di alcol dipendenza e di assunzione di sostanze psicotrope e
stupefacenti.
4-bis.
Entro il 31 dicembre 2009, con accordo in Conferenza Stato-regioni, adottato
previa consultazione delle parti sociali, vengono rivisitate le condizioni e
le modalità per l’accertamento della tossicodipendenza e della alcol
dipendenza.
(…)
In attesa dell’accordo indicato nell’articolo 41 datori
di lavoro e medici competenti “devono comunque applicare la previsione del
comma 4, o possono/devono aspettare tale rivisitazione, che di fatto si
risolverebbe in una ‘
sospensione’
dell’attuale disciplina”?
L’autore
fa poi riferimento all’
art. 15 della
legge n. 125 del 2001 che indica che
nelle
attività lavorative che comportano un elevato rischio di infortuni sul lavoro
ovvero per la sicurezza e l’incolumità o la salute dei terzi (…)
è fatto divieto di assunzione e di somministrazione
di bevande alcoliche e superalcoliche.
Come
tuttavia interpretare tale
divieto di
“assunzione” e di “somministrazione”?
Nel
senso “che è vietato esclusivamente il mero atto di somministrare o assumere bevande
alcoliche o superalcoliche nei luoghi di lavoro, con la conseguenza,
assurda, che sarebbe invece lecito arrivarci già in uno stato di limitata
vigilanza e attenzione, a causa di un’assunzione di alcolici nella propria
abitazione o nel bar ubicato davanti all’azienda”?
L’
interpretazione letterale – indica il
relatore – “
non convince perché non
coglie la vera finalità della norma: evitare che lavoratori che hanno
assunto bevande alcoliche effettuino attività lavorative che comportano un
elevato rischio. Essa infatti porterebbe alla conclusione, assurda, che sarebbe
lecito effettuare tali lavorazioni, anche se il lavoratore fosse palesemente
ubriaco, purché l’assunzione fosse avvenuta fuori dai luoghi di lavoro”.
Invece
il legislatore “si preoccupa di evitare, nelle attività lavorative che
comportano un elevato rischio di infortunio, non tanto e non solo, che sul
lavoro si beva ma, soprattutto, che si lavori in condizioni menomate di
vigilanza e di attenzione in modo da proteggere l’incolumità” del lavoratore e
dei terzi.
Finalità
che è confermata dall’attenta lettura del secondo comma del medesimo articolo
15 della legge n. 125 del 2001 con riferimento ai
controlli alcolimetrici del medico competente: “se si fosse voluto
punire solo la mera assunzione
di alcolici sul luogo di lavoro non serviva il medico, ma era sufficiente
qualsiasi vigilante. Inoltre, i
controlli alcolimetrici sarebbero superflui, dato che l’unica cosa rilevante
sarebbe stata essere colti nell’atto di somministrare o di bere alcolici”.
D’altronde, continua l’intervento, “il controllo
alcolimetrico
non risolve il dubbio se l’assunzione dell’alcol sia avvenuta prima o durante
il lavoro e dentro o fuori dei luoghi di lavoro”.
Veniamo
ora all’
Intesa Conferenza Stato/Regioni
16 marzo 2006, intesa che individua le attività lavorative durante le quali
è vietato assumere e somministrare bevande alcoliche o, come rilevato, in cui “occorre
non essere in uno stato di limitata vigilanza e attenzione”.
L’allegato
dell’Intesa che riporta le 14 attività è stato oggetto di numerose
critiche: “da un lato perché si lamenta
che molte altre attività pericolose siano state lasciate fuori dall’elenco, dall’altro perché esse non coincidono con
quelle indicate nell’altra intesa Stato/Regioni, in materia di
tossicodipendenza”.
Senza
entrare nel merito delle critiche mosse a tale elenco, il relatore indica che è
corretto “dedurre che per le attività in esso indicate, sia
necessario
attivare la sorveglianza sanitaria che deve essere affidata, ai
sensi dell’articolo 41 del d.lgs. n. 81 del 2008, al medico competente”.
E
questo per diverse ragioni:
-
“se non si trattasse di sorveglianza
sanitaria, il medico competente, pur avendo accertato, con il controllo
alcolimetrico, che il lavoratore è pericoloso per sé e per gli altri, non
potrebbe comunque dichiararne la temporanea inidoneità alla mansione”;
-
“il legislatore ha individuato l’assunzione di alcol come un possibile fattore
di rischio/infortunio sul lavoro ed ha prescritto il controllo alcolimetrico da
parte del medico competente”;
-
se l’articolo 15, comma 2 della legge 125/2001, parla di “controlli
alcolimetrici” e non di “sorveglianza sanitaria”, l’articolo 41 del d.lgs. 81/2008
prevede che la sorveglianza sanitaria sia effettuata dal medico competente, che
la sorveglianza sanitaria comprenda visite mediche e che le visite mediche comprendano
gli esami clinici e biologici e indagini diagnostiche mirati al rischio
ritenuti necessari dal medico competente.
Veniamo
a un altro
problema interpretativo:
la “
presunta impossibilità di effettuare
la sorveglianza sanitaria relativa all’assunzione di alcol, qualora il datore
di lavoro non abbia già nominato il medico competente per altri fattori di
rischio”. Una conclusione considerata “inaccettabile”.
In
particolare “l’argomento letterale su cui poggia
l’interpretazione di chi sostiene che il medico competente ci debba già essere
per poter effettuare anche la sorveglianza sanitaria sull’alcol dipendenza
starebbe tutto nel testo letterale della legge e soprattutto nella parola
‘altresì’ (
le visite…
sono altresì finalizzate alla verifica di
assenza…)”.
Il
relatore crede invece che “il legislatore abbia
inteso precisare che le finalità delle visite mediche (previste dal comma 2),
non sono solo quelle indicate nelle lettere a), b), d),e-bis) e e-ter), ma
altresì anche quelle destinate a verificare l’assenza di condizioni
di alcol dipendenza e di assunzione di sostanze psicotrope e stupefacenti”.
Per
concludere l’intervento sottolinea che quando l’art. 41 del Testo Unico e
l’art. 15 della L. 125/2001 configurano il rischio derivante dall’assunzione di
alcolici o dall’alcol dipendenza, “
automaticamente
introducono l’obbligo per il datore di lavoro di intervenire per prevenire il
rischio utilizzando lo strumento della sorveglianza sanitaria”.
E
“nessun altro senso può essere attribuito all’obbligo imposto al datore di
lavoro di fare effettuare esami alcolimetrici a carico dei lavoratori o di
accertare l’assenza di alcol dipendenza, se non quello di istituire
obbligatoriamente la sorveglianza sanitaria per i rischi
alcol correlati”.
Ha
creato
altri problemi interpretativi
“anche la lettera della norma che prevede che le visite mediche siano effettuate
per verificare l’assenza di
condizioni di
alcol dipendenza e di assunzione di sostanze psicotrope e stupefacenti e
non per verificare l’assunzione occasionale di alcol. In realtà solo un’attenta
interpretazione sistematica permette di “superare il problema posto dalla
scrittura letterale di
norme
apparentemente scoordinate e probabilmente mal scritte”.
Occorre
partire da un dato che pare indiscutibile: il legislatore “intende prevenire i
rischi sul lavoro derivanti da stati di alterazione o di menomata vigilanza
provocati dall’assunzione temporanea, episodica o abitudinaria di alcol o di
sostanze stupefacenti” E come rilevabile dall’art. 41 devono non solo “essere
accertate tossicodipendenza e alcol dipendenza”, ma le visite del medico
competente “sono finalizzate anche alla verifica di assunzione di sostanze
psicotrope e stupefacenti”. E come indicato dall’art. 15 della legge 124/2001 il
medico competente esegue “controlli alcolimetrici”.
Senza
dimenticare che l’espressione “
assunzione
di sostanze psicotrope”, contenuta nel comma 4 dell’articolo 41, “è
riferibile anche all’assunzione di alcol, da sempre considerata una sostanza
psicotropa”.
Fantasiosa
“pare invece la tesi di chi sostiene che il secondo comma dell’art. 15 della
Legge n.
125 del 2001 abbia disposto non l’obbligo di
sorveglianza sanitaria in ordine ai controlli alcolimetrici nei luoghi di
lavoro, ma semplicemente una ‘
facoltà’
per il datore di lavoro di sottoporre i lavoratori agli esami alcolimetrici”.
Interpretazione che poggia letteralmente sull’espressione
i controlli alcolimetrici nei luoghi di lavoro
possono essere effettuati esclusivamente dal medico competente
…. Ma “il verbo ‘possono’ non è riferito ai datori di lavoro e non assegna loro
la facoltà di disporre o non disporre discrezionalmente i controlli, ma è
riferito all’esigenza che tali controlli, ove necessari, debbano esser fatti
esclusivamente dal medico competente”.
Per
finire il relatore sottolinea che il decreto legislativo 81 del 2008 “assimila
il rischio alcol ai rischi
lavorativi per i quali effettuare la sorveglianza sanitaria obbligatoria,
questa volta resa necessaria non dalle tecnologie o dai processi produttivi, ma
da comportamenti dei lavoratori che incidono sulla salute e sicurezza propria e
di terzi”.
E
espone un
duplice auspicio:
-
“da un lato, che gli operatori non sottovalutino il rischio di rimanere
inadempienti di fronte al dettato di una norma certamente più chiara nelle sue
finalità generali che nell’articolazione letterale;
-
dall’altro che le Istituzioni, consapevoli del disagio ampiamente e
diffusamente avvertito, provvedano non solo nel minor tempo, ma anche con la
maggior chiarezza possibile a sanare tale situazione”.
“ Analisi
normativa nazionale su alcol e lavoro e confronto con le direttive europee”
a cura di Alberto Andreani (già Giudice Tribunale di Pesaro, docente a
contratto Facoltà di Giurisprudenza, Università degli Studi di Urbino), intervento
al convegno “Il progetto alcol e lavoro della Regione Emilia-Romagna tra
promozione di sani stili di vita e applicazione della normativa” (formato PDF, 742
kB).
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